Lamentarsi non significa creare qualcosa. Ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. [Palahniuk - Soffocare]
Catching Elephant is a theme by Andy Taylor

Scrivo questa storia, anche se non mi appartiene, e la scrivo perché a volte si ha bisogno di inchiodare i momenti lì dove li hai scoperti. A volte si ha bisogno di rendere importante qualcosa che altrimenti ci passerebbe davanti come un treno in corsa.
Un treno in corsa, ecco.
Lei è una ragazza forte, o almeno così sembrerebbe. Ferma sulle sue convinzioni, con le scarpe vecchie di anni e anni perché è contro il consumismo, i capelli ondulati e un po’ corti, più o meno all’altezza delle orecchie – o forse un po’ più lunghi –, perché sono più pratici.
Non si trucca mai, ma non lo fa perché non tiene a se stessa, lo fa perché non vuole sembrare chi non è. Il suo scopo non è quello di confondere gli altri, è quello di apparire vera. Ci prova, ci riprova in tutti i modi, ma secondo lei non ci riesce.
La sua canzone preferita inizia con due parole molto semplici, che insieme rischiano di scatenare un oblio di pensieri uno dopo l’altro. “Cara Catastrofe”. Come se non ci fosse un domani, come se quello che conta è adesso, questo attimo, quello che sta vivendo lei e quello mio mentre scrivo. Cara Catastrofe, come se questo attimo fosse in bilico sul filo di una rasoio.
Sapete cosa? Lei, una vera e propria storia non ce l’ha, o perlomeno non me l’ha mai raccontata. Puoi solo tirare a indovinare.
Me la immagino lì, sul tavolino di quel bar in centro, tra tutta la gente, che mi guarda. Ha la sigaretta tra le dita, quel sorriso senza denti e un anello al naso. Mi racconta della sua famiglia, di come sia fuggita per raggiungere Bologna e quello che pensava fosse l’amore della sua vita. Avete presente la classica storia molto romantica? Sì, era esattamente quella, mi dice.
Alla fine l’amore della sua vita l’aveva perso come tutto il resto, però aveva trovato Bologna e mille altre cose.
Qualche volta la vedi cantare a gambe incrociate, accanto a qualche mendicante munito di chitarra, seduta sull’acciottolato di Piazza Maggiore. Passa i suoi pomeriggi così, quando non studia o quando non lavora. Passa i pomeriggi a viversela.
Sapete la cosa di non aver trovato l’amore della vita? Sì, quella… Secondo me le ha lasciato una cicatrice sul cuore profonda come il Grand Canyon, anche se lei sostiene il contrario. Non tanto la persona in sé, attenzione, ma proprio il concetto di amore. Trovare qualcuno che tenga a te almeno quanto tu tieni a lui.
Allora me la immagino sempre con la sua sigaretta e il sorriso a bocca chiusa, però con una cicatrice immensa nel petto.
Magari è stata così male che un giorno era in casa e fuori pioveva, allora ha alzato la cornetta e ha chiamato il suo migliore amico. Sono quasi sicuro che questo episodio me lo abbia raccontato davvero.
Ha chiamato questo suo amico – che non era un gran ché ma era il migliore che aveva –, e sono usciti di casa, si sono dati appuntamento davanti alla gigantesca statua di Nettuno, e il cielo era così grigio che sembrava notte. Qualcuno lassù piangeva così forte che non si vedeva a dieci centimetri, però entrambi erano arrivati lì con l’ombrello sopra la testa.
Avevano iniziato a camminare come sempre, a parlare di tutto e di niente allo stesso tempo, e già sembra strano così, lo so.
Vabé, alla fine avevano buttato via gli ombrelli e si erano messi a correre, erano arrivati in una piazza grandissima in cui non erano mai stati, un posto totalmente nuovo e bellissimo. Avevano ballato sotto la pioggia, ma alla fine erano talmente tanto zuppi che ormai non la sentivano più.
E anche qui provo ad immaginarmela. Con una maglia grigia scesa su una spalla, di quelle che mette sempre lei. Però tutta fradicia, con quel sorriso che ti porta via l’anima. Con le braccia aperte al cielo, quasi in lacrime. Una di quelle cose mozza fiato, tanto semplici da farti morire. La felicità, la morte, la vita. Tutte lì in quello stesso attimo. Deve essere stato qualcosa di emozionante, sì.
Lei mi guarda negli occhi come non ha mai fatto per tutta la durata della conversazione, e nonostante siamo seduti all’ombra, il sole le rimbalza negli occhi color nocciola. E’ uno spettacolo che tutti almeno una volta nella vita dovrebbero vedere, gli occhi di qualcosa come lei.
Alla fine torniamo ognuno a casa sua.
Allora vorrei raccontarvi una cosa che mi ha detto. Mi ha detto che secondo lei quando fissi negli occhi una persona sta già succedendo qualcosa di magico, e che se riesci a farlo per almeno un’ora di seguito senza stancarti, allora vuol dire che ne vale la pena.
« Vale la pena cosa? »
« Spendere un po’ di tempo per quella persona. Non capita spesso »
Mi dice che a volte ha visto cose negli occhi di certe persone, che non si sono viste neanche nel Signore Degli Anelli. E che il fatto stesso di spendere tempo per qualcuno – e per, non solo con quella persona – non dovrebbe essere dato tanto per scontato.
« La gente non ci pensa più. Gli viene in automatico, ma in realtà non lo stanno facendo sul serio. Stanno con qualcuno, ma non sono realmente lì »
Non so perché, ma c’è qualcosa di estremamente logico e lineare in quello che ha detto. Come se all’improvviso lei fosse arrivata e avesse risolto i problemi del mondo con una frase semplice come l’ABC. Ed è tutto incredibilmente vero.
Ora io vi dico che la sua storia lei non me l’ha mai raccontata. Che molto di quello che ho detto forse è inventato, forse è successo davvero, non lo so nemmeno io. Fatto sta che lei adesso esiste, così come la sua storia. E che quei suoi occhi scintillanti mi hanno insegnato qualcosa, anche fosse solo un’emerita cazzata.
Ho scritto questa storia perché a volte si ha bisogno di inchiodare i momenti lì dove li hai scoperti. A volte si ha bisogno di rendere importante qualcosa che altrimenti ci passerebbe davanti come un treno in corsa.
Lei è un terno in corsa visto dalla banchina di una stazione lurida di prima mattina, con l’aria gelida che ti punzecchia la faccia.
Arriva, fa rumore, ti scompiglia i capelli, fa tremare la terra. Poi se ne va e lascia il suo eco. Che poi svanisce.
E se esiste o no, io non l’ho ancora capito.